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Mensile di comunicazione ebraica per informare,
educare e divertire
Migliorare la qualità della vita:
obiettivo primario dell’ebraismo.
Shevat 5767
Aprile-Maggio 2007



Editore:
MP TRADE,
Milano

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A cura di :
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Redattore:
Piha Meyer

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Pagine oro
Pensiero ebraico

LA COMUNITÀ EBRAICA DI GIBILTERRA
di Michele Cogoi

Lasciamo l'hotel kasher le-Pesach di Marbella e percorriamo in autobus la strada costiera. Lussuosi hotel moderni si alternano a ville andaluse, colori mediterranei e moreschi si intrecciano lungo bianche spiagge sabbiose. Dopo un breve viaggio giungiamo alla meta della nostra gita di chol-ha-moed (i giorni intermedi di Pesach):
“Bienvenidos a Gibraltar”.

Oasi di tranquillità, la famosa rocca del protettorato britannico si erge imponente sulla punta meridionale della penisola iberica. Uno stretto braccio di mare ci separa dall'Africa e le coste del Marocco si scorgono nitide all'orizzonte. Il nome deriva probabilmente dall'arabo Gib al-Tariq, la “rocca di Tariq”, il quale condusse l'incursione dei mori nel 711. Unico passaggio tra l'Atlantico e il Mediterraneo è un pezzo di terra di fondamentale importanza strategica.

A pochi chilometri da qui per cinquecento anni raggiunsero il loro massimo splendore, fino all'espulsione, le comunità ebraiche di Cordova, Malaga, Granada, Siviglia e Lucena. Personalità quali Rambam (Maimonide), Shmuel Ha-Naggid, Shlomo Ibn Gabirol, Rif (Rav Yitzchak Alfassi), Moshe Ibn Ezra, Ri Migash, Ravad, Ritva, Abudraham e molti altri studiosi della Torà vissero in queste comunità andaluse. Le loro interpretazioni talmudiche e decisioni di halachà sono i testi di riferimento studiati al giorno d'oggi nelle yeshivot di tutto il mondo.

Sir Joshua Hassan, morto dieci anni fa, fu per due volte Primo Ministro di Gibilterra. Incontriamo suo nipote Chaim Levy, presidente della comunità ebraica, ebreo ortodosso e titolare di uno studio legale che impiega oltre 60 avvocati. Con voce commossa ci racconta di suo zio, “un saggio ebreo che chiese ed ottenne l'indipendenza del suo paese dall'Inghilterra. Fu ammirato e rispettato da ebrei e non ebrei al punto che l'intera nazione partecipò al suo funerale”.

Entriamo nel Bet Ha-Kenesset Tefuzot, costruito nel 1799 con una donazione della comunità ebraica portoghese di Amsterdam. Ci attende suo fratello Shlomo che ci racconta un po' di storia. I primi ebrei che si stabilirono a Gibilterra furono i discendenti degli ebrei che, cacciati dalla Spagna, erano emigrati in Inghilterra. Quando la Gran Bretagna ricevette Gibilterra dalla Spagna nel 1713, il trattato di Utrecht stabiliva che nè ebrei nè mori potevano stabilirvisi. Gli inglesi ignorarono la clausola e furono ben lieti di vendere proprietà immobiliari agli ebrei. Durante l'assedio del 1781 decine di ebrei perirono sotto il fuoco spagnolo e la sinagoga fu bruciata, ma la comunità rifiorì nel diciannovesimo secolo. Durante la seconda guerra mondiale, per non incrinare i rapporti con la Spagna, i tedeschi non entrarono a Gibilterra e la comunità rimase pertanto illesa. Potè così crescere dal punto di vista economico: si contano oggi gioiellieri, banchieri, uomini d'affari, negozianti, avvocati e contabili.



Ci spostiamo al Bet Ha-Kenesset Shaar Ha-Shamaim, che con i suoi 280 anni è la più antica sinagoga di Gibilterra. Alternandosi con la precedente ospita le funzioni giornaliere. Le altre due sinagoghe, Etz Chaim e Abudraham, sono aperte solo a Shabat. Ci attende Rav Ron Hassid, Rabbino Capo di Gibilterra.

Nato in Israele e cresciuto in Inghilterra, ci racconta che quando giunse a Gibilterra 22 anni fa, vi era solo una scuola elementare frequentata da 90 alunni. La comunità rischiava di scomparire dato l'esiguo numero dei suoi membri (circa 600) e la crescente assimilazione. Si decise allora di investire nella cultura ebraica creando una scuola media superiore separata per ragazzi e ragazze.

Rav Hassid suggerì che anzichè mandare i ragazzi in kibbutz, venissero mandati a studiare nelle yeshivot di Israele o Inghilterra. Successivamente, con l'aiuto della comunità e di alcune organizzazioni internazionali, venne istituito un kollel (istituto superiore di studi rabbinici) i cui membri offrono numerosi shiurim (lezioni) alla comunità: per uomini, donne, ragazzi e bambini. Numerosi oratori internazionali sono invitati regolarmente.

Oggi la comunità conta circa 250 famiglie, tutte rigorosamente osservanti. Lo Shabat e le norme di zniùt (modestia nel vestire) sono rispettati in modo esemplare e a Succot vengono acquistati centinaia di arba minim (lulav e etrog). Vi è un solo ristorante kasher, ma per matrimoni e bar-mizvà viene affittato (e kasherato) un hotel. E così la piaga dell'assimilazione, che fino ad una ventina d'anni fa costituiva il problema principale della comunità, è completamente scomparsa.

Un membro della comunità ci confida con lacrime di gioia agli occhi: ”A Gibilterra solo l'ebraismo è più alto della rocca e solo la Torà è più forte.” In un recente incontro, il presidente di Gibilterra, Caruana, ha dichiarato: “Sono orgoglioso del coinvolgimento della comunità ebraica nella creazione e sviluppo di Gibilterra. Siamo buoni vicini e nutriamo un enorme rispetto reciproco”. Insomma, ebraismo autentico, niente assimilazione e totale assenza di antisemitismo.

Si fa ora di pranzo. Con i nostri pranzi al sacco saliamo la rocca sulla cui cima ammiriamo da lontano il piccolo cimitero ebraico, pulito e ben tenuto, in cui sono sepelliti diversi Ghedole' Israel (Grandi Rabbini). Non fanno a tempo ad avvisarci di non portare fuori cibo che... una scimmia acchiappa una mazà dal mio sacco e se la mangia gustosamente. Gli inglesi le proteggono religiosamente: “secondo la leggenda, finchè le scimmie risiederanno sulla rocca, la Gran Bretagna regnerà su Gibilterra”. Alla fine della seconda guerra, dato che il numero era sceso a tre esemplari, Churchill decise di importarne dal Marocco. Dalla cima della rocca si vedono decine di navi attraversare lo stretto, molte delle quali faranno rifornimento a Gibilterra, creando un importante introito.

Scendiamo dalla rocca e rientriamo all'hotel prima di sera. Lungo il tragitto mi affiorano alla mente i famosi versi della Torà la cui previsione si è avverata qui a Gibilterra: “Voi che rimaneste attaccati al S-gnore vostro D-o siete ancor oggi tutti vivi [ ]. Vi ho insegnato statuti e leggi [ ], li osserverete ed attuerete scrupolosamente perchè ciò dimostrerà la vostra sapienza e saggezza agli occhi dei popoli che [ ] diranno: questa grande nazione è certamente un popolo saggio e intelligente [ ] e farai conoscere queste cose ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli” (Deut 4: 4-9).

Ecco una comunità ebraicamente viva, fiera della propria religione e proprio per il fatto di non scendere a compromessi nello studio ed osservanza, viene rispettata dal paese che li ospita.

Il paragone con l'Italia è scontato. Partendo da una situazione culturalmente, storicamente e numericamente simile a comunità come Firenze, Trieste, Bologna, Livorno, Venezia o Torino, la comunità di Gibilterra anzichè scegliere la sterile e mediocre strada dell'ebraismo laico (contraddizione in termini!) e degli eterni compromessi, dimostra che è possibile far rivivere l'ebraismo in una comunità intera.

Questione di volontà, uomini giusti e scelte corrette. Ma soprattutto apertura mentale, investimenti sull'educazione ebraica (quella vera) e determinazione ad osservare la Torà. Non certo facile, ma possibile dato che l'aiuto di D-o è garantito nero su bianco dalla Torà. E Gibilterra ne è la prova vivente.

Perchè non farlo anche in Italia?

P.S. Rav Hassid e Chaim Levy sono lieti di dividere la loro esperienza con Rabbini e dirigenti comunitari che vogliano farlo. Contattateci pure per avere il loro numeri.

Un iniziativa di
mi_keamcha_israel@msn.com
per il mondo ebraico italiano

Riflessioni

La diciannovesima benedizione

Pesach è da sempre lo spauracchio di tutte le donne ebree. Non che questa ricorrenza non sia amata, anzi, ma la sua preparazione comporta indubbiamente tanti e tali accorgimenti da far perdere loro il sonno già da Purim.

Come ogni anno, la casa dovrà essere accuratamente pulita in ogni suo più recondito angolo, i servizi di piatti, stoviglie e bicchieri sostituiti con altri, tutto il chametz andrà eliminato e sostituito integralmente con cibi idonei, insomma la casa andrà letteralmente smontata e rimontata, e come ogni anno, inevitabilmente, sarà una fatica immane. Quest'anno poi abbiamo un problema in più, un problema che toglierà il sonno anche agli uomini. Grazie alla lodevole iniziativa di un nostro dotto correligionario che ha avuto la brillante idea di far conoscere a tutto il mondo le nostre più “intime e recondite tradizioni”, proprio quelle tenute gelosamente celate per millenni, quest'anno sarà difficilissimo se non impossibile procurarci il “tradizionale” sangue di un bambino cristiano indispensabile per la preparazione dell'impasto delle matzot. Immagino già tutte le mamme cristiane tenersi stretti stretti i propri figlioli per le strade guardando con sospetto, a destra e a sinistra, se nei paraggi non si aggira per caso qualcuno con un naso vagamente semita o con un particolare gonfiore sotto la giacca, il coltello rituale, si sa, deve essere lungo e affilato, un arnese certo non facile da nascondere. E dire che quest'anno avevo pure trovato il soggetto ideale. Ogni volta che porto il più piccolo dei miei figli ai giardinetti sotto casa, c'è sempre un bambino biondo (a vederlo sembra un angioletto, bello, con gli occhi azzurri e i capelli lisci, con un'aria così “innocente”…) che immancabilmente lo va ad infastidire cercando di portargli via i giochi. Inutile dire che “l'angioletto”, essendo più forte di mio figlio, riesce sempre ad avere la meglio e così, altrettanto immancabilmente, dopo pochi minuti mi ritrovo mio figlio in lacrime. Bisticci da bambini, d'accordo, ma visto l'approssimarsi di Pesach in questo modo avrei preso i classici due piccioni con una fava, mio figlio si sarebbe finalmente liberato di quel seccatore e io avrei avuto il sangue per le mie matzot. Tra l'altro negli ultimi anni, a causa dell'incontrollata immigrazione, trovare il soggetto giusto era diventato una vera passione perché non si poteva mai avere la certezza che il bambino prescelto fosse un cristiano DOC. Chi poteva dirlo? Mica ce l' ha scritto in faccia! Anche se il penzolare di una catenina con un crocifisso al collo talvolta poteva aiutare, chissà, magari il bambino era il frutto di una coppia “mista” o addirittura di un altra confessione. La nostra “tradizione” è piuttosto “severa” al riguardo, il bambino deve essere cristiano, meglio se di genitori praticanti, che vanno regolarmente in Chiesa.

Gli ebrei riformisti, sempre aperti e pronti a fare qualche “piccolo ritocco” alla tradizione pur di rendere e mantenere l' ebraismo “universale”, comodo e pratico per tutti, hanno dichiarato che, secondo una loro nuova “interpretazione” delle leggi, usare il sangue di un bambino cristiano ancora ai giorni nostri è quantomeno anacronistico, oggi si può usare anche quello di un adulto che tra l'altro presenta il vantaggio di poter fornire più litri di sangue rispetto a quelli ricavabili da un bambino. AIDS? Epatite? Cirrosi epatica? Non sono problemi. Una volta cotto l'impasto nel forno, tutti gli eventuali virus e batteri muoiono. Non solo. Se proprio non è cristiano, va bene lo stesso, nel pieno dello spirito riformista che recita “siamo tutti figli di D-o e volemossè bene”, qualsiasi confessione può essere considerata idonea, beninteso purchè non si tratti di quella ebraica. Ma il lungimirante movimento riformista è andato pure oltre. Da sempre attento all'uguaglianza dei sessi, sembra che abbia identificato proprio nella donna adulta il soggetto ideale perché quest'ultima già produce sangue in modo naturale mediante il suo ciclo, un ulteriore vantaggio sul maschio, un sangue quindi “pronto” all'uso per gli impasti più urgenti, immediatamente utilizzabile ancor prima di farle la schechità. Fa senso? E perché? Il sangue è sangue, e il sapore della matzà così preparata è uguale a tutte le altre, garantito. Infatti, è noto che per le “matzot shemurot”, quelle più indicate per il Seder di Pesach in quanto rigorosamente controllate sin dagli ingredienti utilizzati, è vietato usare sangue conservato (per intenderci, quello avanzato dagli anni passati congelato in bottiglie) in quanto per la preparazione di queste matzot si può usare solo sangue “fresco”, appena “raccolto”. Visto le oggettive difficoltà nel procacciarsi sangue fresco, i riformisti si sono rivelati una volta di più all'avanguardia. Da voci di corridoio non confermate, sembrerebbe che abbiano recentemente raggiunto un accordo con l'AVIS (Associazione volontari italiani donatori sangue) per l'acquisto di 1000 sacche di sangue ogni anno provenienti da qualsiasi soggetto, bambini, adulti, maschi, femmine, cristiani o di altre confessioni, al limite anche ebrei (se non lo si sa, non si fa alcuna trasgressione). Non tutti però sono d'accordo su questa ennesima esemplificazione, io per primo. Per questo motivo, invito tutti gli ebrei “ortodossi” e quelli che ci tengono alla giusta osservanza dei precetti a controllare attentamente l' Hashgachà delle matzot prima di acquistarle, potrebbero non essere kasher lePesach. Sono pazzo? Ma no, perché? E' forse pazzo il nostro dotto “fratello” che ha voluto spiegare ai gentili di tutto il mondo quali sono i nostri “riti di sangue” e come li utilizziamo per preparare le matzot di Pesach? Impossibile pensarlo, visto che gli hanno fatto scrivere e pubblicare addirittura un libro, pure tradotto in varie lingue e pubblicato in molti paesi.


Povero Rav. Elio Toaff, non c'è Italiano, ebreo e non, che non se lo ricordi, una grande rabbino, la cui figura è stata ed è indelebilmente scolpita nelle menti e nei cuori di intere generazioni di ebrei romani e non, che ha unito in matrimonio molti dei nostri genitori o zii, un grande studioso della Torà innamorato del suo popolo, timorato di D-o e agitato da un fervido e sincero amore per ogni ebreo, un uomo buono e di grande cultura che ha incontrato i potenti della terra senza per questo diventare meno umile. Povero Rav. Elio Toaff, come poteva immaginare che il lavoro di tutta una vita poteva essere infangato così in un attimo e proprio dalla sua stessa carne. Perché mai suo figlio avrà fatto una cosa simile? Per amor di verità? Difficile da credere. Se ci fosse stato davvero anche un solo briciolo di verità, sarebbe stata il classico “panno sporco da lavare in famiglia” e non certo una “notizia” da strillare ai quattro venti. Inutile ribadire che è già stato storicamente più volte provato e documentato che la storiella del “sangue rituale da usare per l'impasto delle matzot” è stata un'invenzione dell'inquisizione per accusare e condannare gli ebrei che non volevano convertirsi al cristianesimo, un'invenzione di persone che però non conoscevano bene le leggi degli ebrei, altrimenti avrebbero potuto inventare un uso “più credibile” del “sangue cristiano”. “…chiunque, ebrei o proseliti che risiedono con loro, mangi qualsiasi specie di sangue, Io volgerò il Mio volto contro la persona che ha mangiato sangue e la caccerò dal suo popolo, poiché la vita di ogni essere risiede nel sangue (Vaykrà, 17, 10-11)..perciò Io ho detto ai figli di Israele: nessuno tra di voi mangi sangue (Vaykrà 17, 12).. non mangerete sangue di nessun essere, poiché la vita di ogni essere è contenuta nel suo sangue (Vaykrà 17, 14)”.. non mangiare il sangue poiché nel sangue risiede la vita, non dovrai mangiare la carne insieme con la vita, non mangerai il sangue ma lo spargerai a terra come fosse acqua, non lo mangerai.. (Devarim, 12, 23-25)”. La Torà è categorica, chiara e precisa e lo ripete più volte e in più occasioni, cibarsi di sangue è tassativamente vietato, l'ebreo non può cibarsi di nessun tipo di sangue, figuriamoci di quello di un essere umano che per di più, ovviamente, non è neanche “kasher”. E sono proprio i nostri “fanatici ortodossi” quelli che stanno più attenti a questo divieto buttando via tutte le uova che contengono anche un solo, piccolissimo puntino rosso che possa essere una presunta e neanche certa traccia di sangue, figuriamoci impastare le matzot con litri di sangue addirittura umano. L' ha fatto forse per fama? Può essere. Il libro gli avrebbe potuto dare fama e successo facilmente e velocemente, perché faticare tutta una vita come ha fatto suo padre quando si può essere famosi in un attimo? Per denaro? Probabile. Lo scoop era sicuro e l'editore lo sapeva bene, tanti soldi facili per risolvere subito tutti i suoi problemi economici. Questo nostro caro “fratello” non è certo il primo che vende il suo popolo per denaro, nella Torà sono riportati innumerevoli esempi come i figli di Eli, il Coen Gadol, il Sommo Sacerdote ai tempi del Santuario. Malgrado fossero stati educati sin da bambini al sacerdozio e alla rigorosa osservanza della Torà, una volta adulti hanno pensato bene di approfittare della loro posizione dominante di sacerdoti per ottenere ogni vantaggio, denaro, donne, fama, beni materiali e agiatezza, infangando così il nome e il titolo che portavano. L'onore del padre? Il popolo ebraico? La missione sacerdotale? La Torà? E chi se ne importa! Si vive una volta sola, voglio stare bene, oggi, e mi servono soldi, tanti e subito. Scrivere quel libro sarà stato facilissimo, è bastato utilizzare i soliti meccanismi già collaudati come l'ennesimo cumulo di menzogne sugli ebrei spacciate come “storia” con l'aggiunta di una aureola di “autenticità” perché scritte da un ebreo, e non di un ebreo qualunque. L'opinione pubblica adora vedere gli ebrei in disaccordo tra loro, ha sempre amato e lodato i nostri “polli” che manifestavano schierandosi con i loro nemici e contro il proprio paese e il proprio popolo in nome di “alti” ideali umanitari. Questa volta però abbiamo qualcosa di più forte che il semplice beota sostenitore del “povero nemico indifeso”, questo libro è un vile tradimento, una profonda pugnalata alle spalle inferta con una cattiveria inaudita, un'azione sconvolgente che non potrà che lasciare l'amaro in bocca per parecchio tempo. Per noi ebrei questo ennesimo “atto d'amore” non causerà grossi problemi, il libro non aumenterà l'odio e il numero di chi già ci odia senza motivo ne diminuirà il numero di chi, conoscendo bene la verità, non ci ha mai odiato. La nostra storia è sempre stata piena di cattiverie e persecuzioni condite o, peggio, “giustificate” da bugie, i “perfidi giudei”, brutti, cattivi, ricchi e attaccati al denaro, avari, taccagni, strozzini, padroni del mondo con in mano le redini del potere, mangiatori di azzime al sangue cristiano, sono infiniti i luoghi comuni che incredibilmente sopravvivono malgrado ne sia sempre stata dimostrata l'infondatezza. Tutto sommato, mi sembra ci sia poco da meravigliarsi visto che, malgrado le testimonianze agghiaccianti, schiaccianti e inequivocabili sulla più grande tragedia dell'umanità, c'è ancora chi ha il coraggio di sostenere “storicamente” che la Shoà non è mai esistita e che si tratta solo di “un' invenzione dei sionisti a scopo propagandistico”. “Non c'è nulla di nuovo sotto il sole” dice Re Salomone (Qohelet Rabbà 1, 9), non c'è quindi nulla di che stupirsi o preoccuparsi, tutto è “nella norma”, il popolo ebraico sopravviverà anche a questa ennesima vigliaccata.

Come tutti sanno, l'Amidà si chiama anche “Shmone berachot”, le diciotto benedizioni. E tutti sanno anche che le benedizioni in realtà sono 19 e non 18. I nostri Saggi
hanno deciso di aggiungerne una contro i delatori del popolo ebraico, quelli che ai tempi dell'occupazione romana denunciavano gli ebrei che studiavano Torà malgrado i divieti facendoli arrestare e uccidere. “Laminim veLamalshinim.. per gli eretici e i calunniatori non vi sia alcuna speranza e tutti gli arroganti siano distrutti al più presto, tutti i Tuoi nemici e tutti coloro che Ti odiano siano presto sterminati… presto, ai giorni nostri, bimeyrà beyamenu”. La berachà ha purtroppo mantenuto pienamente il suo significato, come le altre benedizioni, anche nei tempi successivi, con le innumerevoli persecuzioni degli ebrei sino a quella nazista con i tristemente famosi “kapò”. Gli ebrei sono la “pupilla” di D-o, avverte il Talmud, chiunque si leva contro di loro, anche solo con il pensiero o l'intenzione, sta andando contro l'Eterno, e proprio per questo non ha alcuna speranza di riuscire. Visto che la Torà è eterna e immutabile Verità, e visto che la diciannovesima benedizione parla dei giorni nostri, mi sono sempre chiesto a chi avrei dovuto pensare quando la recitavo. Adesso ho un nome e un cognome.

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