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Investire in Israele,un“must”per futuri ricchi.

 Dal nostro inviato Meyer Piha                                                     

Milano 16 giugno 2005

Si è tenuto  a Milano un convegno, promosso dall’associazione Israele.net e sponsorizzato da Bank Leumi di Zurigo sulle nuove opportunità di investimento in Israele. All’incontro hanno partecipato, nomi di spicco  tra i quali  Roger Abravanel e Yoram Gutgeld, Direttori McKinsey Milano; Andrew Viterbi, oltre che a  Dani Schaumann, manager di Pioneer Investments, Astorre Modena  (hi-tech) Gheulla Canarutto della Bocconi e  Shouky Oren, CEO della Bank Leumi Svizzera.
“Israele, dopo tre anni molto turbati, è tornata a crescere al ritmo di 4-5% all’anno. Il trend è quindi in netto miglioramento e il governo israeliano sta attuando una politica economica chiaramente orientata a stimolare la crescita e a ridurre la spesa pubblica.


"Grazie all'avvio di una politica di privatizzazioni , le grandi società pubbliche stanno raggiungendo ottimi livelli di redditività e rappresentano interessantissime opportunità di investimento.


Al convegno si è discusso in concreto delle possibili
aree di investimento, quali venture capital, mercato finanziario, mercato immobiliare,     start-up e fondi comuni israeliani.


 Il contributo dell'immigrazione di ingegneri dalla Russia e il passaggio di tecnologie dall'ambito militare a quello civile: alcuni dei fattori chiave del miracolo tecnologico israeliano.

Interessante ci è sembrato l’intervento di Astorre Modena sulle varie opportunità di investimenti nelle  nuove tecnologie, biotecnologie e hitech.

La sempre brava Gheula Canarutto si è invece soffermata sul  rapporto tra redittività aziendale  e incentivi nel sociale e sui tanti interventi delle aziende israeliane in tale direzione.

Particolarmente felice ci è apparso l’accento che la Canarutto ha posto sulla  vivacità di idee e progetti  dei giovani israeliani come propulsori di forti  investimenti  che aziende del calibro di Motorola o di intel stanno facendo in Israele.


Israele è al primo posto nel mondo per la spesa per ricerca e sviluppo civile (R&S) in proporzione al Pil, con una spesa R&S pari al 4,8%. Al secondo posto la Svezia (4,1%), seguita dalla Finlandia con il 3,4%. L’Italia figura al 15° posto (1%).  

Ci sentiamo di sostenere anche noi che” per investire in Israele non bisogna essere sionisti” bisogna avere solo un buon fiuto per i gli affari e non perdere queste opportunità.

 

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Ottimismo sulla Borsa di Israele,
più per i bassi tassi che per la pace

di Sarah Pozzoli

A Sharm El Sheik, in Egitto, l’8 febbraio scorso potrebbe esserci stata la tanto attesa svolta nei rapporti israelopalestinesi. Il premier israeliano Ariel Sharon e il presidente palestinese Abu Mazen si sono incontrati per un’ora, davanti a due padrini autorevoli come il premier egiziano Hosni Mubarak e il re Abdallah II di Giordania, e alla fine Sharon ha dichiarato: "Oggi abbiamo concordato che tutti i palestinesi cesseranno ogni atto di violenza contro tutti gli israeliani ovunque si trovino e parallelamente, Israele cesserà ogni sua attività militare contro i palestinesi ovunque". La speranza che il processo di pace questa volta vada avanti è forte. Ma la comunità finanziaria per ora sembra preferire non crederci troppo. "E’ un accordo positivo – dice Samuel Oubadia, senior investment manager per i mercati emergenti di Ing Investment management – ma non possiamo contarci, non si sa quanto potrà durare", ricordando che è il decimo cessate il fuoco da quando quattro anni fa è scoppiata l’intifada armata. Gli fa eco Paolo Monaco, gestore dei mercati emergenti di Nextra (gruppo Intesa): "Il processo di pace è importante per l’andamento del mercato ma non dominante." Insomma, ben venga la stabilità politica ma negli ultimi anni l’economia e la finanza di Israele si sono abituate a farne a meno. Anzi – nota Monaco – "alcune società si sono sviluppate proprio grazie al quadro politico instabile nei settori della difesa e della sicurezza".
    E in genere le principali compagnie israeliane dei due settori dominanti dell’economia (tecnologia e farmaceutico, che rappresentano i due terzi della capitalizzazione della Borsa di Tel Aviv con la compagnia farmaceutica Teva che conta per il 40% del totale) sono poco legati allo scenario domestico perché sono forti esportatori oppure hanno anche attività all’estero, soprattutto negli Stati Uniti (un esempio è Nice, una società tecnologica che produce apparecchiature digitali multimediali per le banche e il governo e che da diversi mesi sta avendo una performance molto positiva).
    E così nonostante il clima difficile sul fronte interno, l’anno scorso il Paese è uscito da un periodo di stagnazione e anche nel 2005 la ripresa dovrebbe continuare (stime attorno al +3,5%) anche se è previsto un rallentamento delle esportazioni. La Borsa di Tel Aviv ha seguito la scia e nel 2004 ha messo a segno un rialzo di circa il 20% in dollari e da inizio anno sta continuando la corsa in avanti.
    E per i prossimi mesi che cosa si prevede? "Sono abbastanza positivo – afferma Oubadia – perché lo scenario macroeconomico è in miglioramento e i tassi d’interesse sono abbastanza bassi". Visione moderatamente favorevole anche quella di Monaco che aggiunge. "La stabilità politica è un fattore positivo perché potrebbe attirare più investimenti e poi la nomina di Stanley Fisher (era capo economista del Fondo monetario internazionale, ndr) come presidente della Banca Centrale dà garanzie". E continua: "Sono costruttivo sui temi legati all’economia domestica che beneficeranno del quadro politico. Un esempio? Il bancario potrebbe continuare a fare bene. Per il resto non si può generalizzare". Secondo Oubadia, invece, meglio continuare a puntare su compagnie del settore tecnologico o del farmaceutico con attività all’estero. I rischi da non sottovalutare per chi decide di investire su questo mercato? "La politica è sempre un rischio – conclude il gestore di Ing nonostante la premessa – e poi c’è il pericolo che gli interessi americani salgano e indeboliscano lo shekel, la valuta locale. Situazione che porterebbe a un rialzo dei tassi anche da parte della banca centrale israeliana".

(Repubblica, 28 febbraio 2005)



 

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